Intervista a Leonardo Soresi, di Lorenzo Paussa pubblicata nel 2012 sulla rivista Correre


La passione di Leonardo Soresi per la scrittura è un fatto piuttosto recente. Il suo esordio nella narrativa avviene nel 2004 con il racconto Il ragazzo che non voleva viaggiare, che gli è subito valso la vittoria del premio Chatwin per la letteratura da viaggio. Non passa molto tempo e nel 2007 vince anche il premio Graphie, concorso nazionale di narrativa riservato agli under 35. Non servirebbe citare questi pur prestigiosi traguardi per sottolineare la sua particolare capacità di esprimere la sua fantasia, facendo armoniosamente danzare le parole una dopo l'altra. I più assidui lettori di Correre avranno avuto sicuramente modo di apprezzare i suoi svariati racconti usciti su queste pagine, come ad esempio El tren (dicembre 2008) o il più recente Numeri (luglio 2011), da cui oltre a questo talento traspare anche, in tutta genuinità, il suo amore per la corsa. Leonardo inizia però a scrivere prima di tutto come giornalista. Le notizie che reperisce casualmente sui Tarahumara, popolo del Barranca messicano noto per l'incredibile attitudine a correre ininterrottamente anche per giorni di seguito, diventano oggetto nel 2002 del suo primo articolo pubblicato su Correre (Monaci, lama e indios) che ha dato il “la” a una collaborazione ormai decennale. Negli anni successivi le sue conoscenze su questi formidabili ultramaratoneti si fanno via via più approfondite e fanno maturare in lui l'idea di quello che oggi è il suo primo romanzo, intitolato Il ragazzo che cavalcava il vento. “Una prima stesura del libro era già completa nel 2008, ma negli ultimi tre anni è stato necessario un minuzioso labor limae affinché prendesse una forma e un ritmo per me soddisfacenti – commenta l'autore. “Se in questo arco di tempo non ho mai perso l'entusiasmo per portare a compimento il lavoro, decisiva è stata la lettura di Born to Run dell'americano Christopher McDougall, in quanto mi ha affascinato pensare che due uomini così distanti abbiano pensato ad un libro sulla corsa e i Tarahumara nello stesso periodo.” La corsa non è solo elemento di analogia tra la storia di Soresi e il “documentario romanzato” di McDougall, ma unisce anche popoli e culture lontanissime tra loro sia geograficamente che temporalmente. “E infatti McDougall sostiene che siamo veramente nati per correre, tanto che l'uomo primitivo si guadagnava da vivere grazie alle sue doti di maratoneta, procacciandosi il cibo con la cosiddetta caccia di persistenza.” Leonardo scrive che non solo per i Tarahumara la corsa è stata, ed è, lo strumento per la loro sopravvivenza. Popoli antichi come gli Irochesi, i Cocomaricopas, gli Aztechi e gli Inca ebbero anch'essi proverbiali doti di resistenza e, nella narrazione di Soresi, chiamavano allo stesso modo il loro miglior corridore: il re del vento. Un'espressione che non voleva indicare il correre veloce come il vento, quanto piuttosto la capacità di superare tutte le avverse condizioni atmosferiche dando l'impressione di cavalcarlo. Dal titolo del romanzo si evince dunque il formidabile talento del protagonista, Javier Buendia, un ragazzino di 16 anni che dopo aver vinto il rarahipa, una massacrante prova di endurance che rientra tra i riti di iniziazione tarahumara, si forma come uomo forgiando il proprio carattere e i propri valori grazie alla corsa e decide di partecipare alla Western States per portare a conoscenza dell'opinione pubblica l'oppressione dei narcotrafficanti nella sua terra. Il fatto che il protagonista sia così giovane non è affatto un invito a cimentarsi in una gara estrema in così tenera età, ma il target a cui Leonardo aveva inizialmente pensato nella stesura del romanzo è proprio un pubblico di giovani. “Scrivendo pensavo ai miei figli, ai ragazzi in generale, e immaginavo una storia che potesse trasmettere loro dei messaggi e dei valori tramite la corsa. Volevo che si rendessero conto di quanto poco basti per poter essere felici, senza bisogno di ricercare il superfluo e senza lamentarsi se le strade che vengono intraprese comportano delle difficoltà e dei sacrifici”. Il ragazzo che cavalcava il vento è una fucina di insegnamenti, una sorta di romanzo di formazione: esorta a non adagiarsi in una vita senza sogni, a mettersi piuttosto in gioco e a combattere giorno dopo giorno per sperare di realizzarli. “Le battaglie a cui non si è osato combattere sono quelle che lasceranno i rimpianti maggiori e le cicatrici più dolorose”. Il romanzo di Leonardo è ben più realistico di quanto si pensi. La maggior parte dei fatti descritti sono veramente o verosimilmente accaduti e i personaggi presentano caratteristiche che prendono perlomeno spunto dal mondo reale. È solo il modo in cui tutte queste componenti si intrecciano a comporre l'appassionante e coinvolgente storia di fantasia che ne è risultata. La Western States, di cui l'autore stesso è stato un finisher, è descritta minuziosamente in tutte le sue pieghe e i Tarahumara hanno realmente partecipato, nei primi anni Novanta, alla Leadville 100, il terzo ultratrail più famoso degli USA. La convocazione di Alfonso (il padre di Javier) da parte della Federacion de Atletismo Mexicana per correre la maratona olimpica 1984, ha anch'essa un fondo di verità: a Los Angeles la formazione del Messico era infatti composta da tre Tarahumara, i quali tuttavia non riuscirono a ben figurare in quanto, abituati a corse che si protraggono per giorni, non avevano capito che quel giorno avrebbero dovuto percorrere soltanto 42 km. Per quanto riguarda i personaggi, la figura di Barba d'Argento, il “vecchio saggio” che prepara Javier alla Western States, corrisponde a Gordon (Gordy) Ainsleigh, il vero padre della 100 miglia a piedi che unisce Squaw Valley ad Auburn quando essa era ancora una gara per cavalli. Gordy fu il primo ad affrontarla di corsa, non volendo sacrificare anni di preparazione a causa del malanno che colpì il proprio destriero alla vigilia della gara, e tuttora vi partecipa, seppur settantenne, con il pettorale numero zero. La più grande fonte di ispirazione per l'autore è comunque rintracciabile in Scott Jurek, dal quale sono stati tratti molti degli insegnamenti riportati nel libro, nonché diverse caratteristiche di Steve Jackson, ultramaratoneta in apparenza invulnerabile che compie l'impresa di tagliare il traguardo della Western States da vincitore per otto anni consecutivi. Il libro induce anche ad una riflessione incentrata sulla contraddizione che il tentativo di superare i propri limiti pone. Nel perseguimento dell'obiettivo ci si trova infatti davanti a due tipi di ostacoli, l'uno rappresentato dai limiti mentali e l'altro da quelli corporali. I primi si manifestano solo perché siamo noi stessi a pensare che esistano e si tratta, pertanto, di messaggi che bisogna avere la forza di ignorare per raggiungere un traguardo e potersene prefissare un altro ad uno step successivo. I secondi invece sono segnali di dolore, di diversa intensità, che il corpo invia quando avverte una situazione di pericolo per il suo funzionamento; in questo caso, il fingere di non sentirli a lungo andare può rivelarsi assai rischioso e, nei casi più estremi, può perfino mettere a repentaglio la salute che ci è stata donata. Javier Buendia ha una forza incredibile nel superare gli ostacoli della propria mente per anelare ai nobili scopi che si è posto, e così facendo si spinge in un vortice di dolore fisico inimmaginabile arrivando per davvero a dare “i dieci decimi” delle proprie possibilità, al di là delle quali non rimane che la morte. Ma dove sta quel punto di incontro, quel giusto equilibrio tra il superamento dei limiti mentali e il rispetto di quelli del proprio fisico? Secondo Leonardo “è una domanda così difficile che non si può dare una risposta univoca. Penso che essa vari da persona a persona, dagli obiettivi che ci si prefigge e, soprattutto, da quanto il giungere ad una certa soglia venga ritenuto giusto. Scott Jurek è un maestro nell'ascoltare i segnali del proprio corpo e ritiene che la cosa più importante, comunque vada, sia essere in grado di continuare a correre per quanti più anni possibile, anche quando sarà finito il tempo delle vittorie. Stephane Couleaud, l'atleta che allo scorso Tor des Géants ha letteralmente rischiato di morire dalla fatica, è invece disposto a pagare qualsiasi prezzo, anche un anno di convalescenza, pur di centrare l'obiettivo. Infine Marco Olmo sostiene che per andare avanti nei momenti più duri le gambe abbiano maggiore incidenza rispetto alla testa. Sono opinioni diverse tutte condivisibili; in generale ritengo che prima di tutto si debba comunque cercare di capire quando la mente è bugiarda e quando no. E spesso è vera la prima opzione”. Un ulteriore tema, trattato da Soresi nei capitoli conclusivi, riguarda il movimento dei media e dei soldi attorno allo sport. La Western States è ritratta come una gara sulla quale tutti i giornali e le TV degli Stati Uniti puntano i riflettori, alla ricerca ossessiva di scoop che catalizzino l'interesse dell'intera nazione. È chiaro che la realtà è molto diversa, nel senso che la fama della Western States non va al di là della tutto sommato ristretta cerchia degli ultramataroneti, ma la ragione di tale rappresentazione è che all'autore, almeno nel romanzo, piaceva pensare che anche il mondo del trail running avesse la visibilità che merita. Una rappresentazione che vuole inoltre rivelarsi come presa in giro di ciò che accade oggi nel calcio: Mark Preston, l'allenatore di Steve Jackson, è l'impersonificazione di molti procuratori accecati dall'avidità di denaro e di successo. Egli vede nel talento di Steve la sua gallina dalle uova d'oro e, non avendo la minima idea di cosa significhi lasciare il proprio sudore nei canyon infuocati della Western States, è in grado soltanto di infuriarsi con il suo atleta in quello che forse è il suo unico momento di difficoltà durante la corsa, minacciandolo di rescindere ogni contratto qualora Jackson non fosse riuscito a vincere. Nel calcio non sono purtroppo infrequenti episodi di questo tipo: sui campioni emergenti si formano subito aspettative e pressioni eccessive, tanto che anche un secondo posto viene strillato come una delusione. “Non bisogna mai perdere di vista la passione e la genuinità che sta alla base di qualsiasi sport. E essere dei veri corridori – commenta Leonardo – non significa necessariamente aver vinto una gara, bensì avere sempre intatta la voglia di correre ancora”.


Leonardo Soresi, note biografiche Nato a Udine nel 1973, è commercialista a Spilimbergo (PN) dove vive con la moglie e i tre figli. Dal 2002 collabora con la rivista “Correre” per la quale segue come inviato le gare più importanti di ultramaratona. Dal 2012 è anche direttore della rivista "Spirito Trail", il mensile che si occupa esclusivamente di corse in natura. Ha partecipato, tra le altre, al Grand Raid de l'Ile de La Réunion (Oceano Indiano), alla Marathon des Sables (Marocco), al The Coastal Challenge (Costarica), all'Ultra Trail del Monte Fuji (Giappone). Nel giugno del 2009 è stato il primo italiano ad aver portato a termine la “Western States Endurance Run”, gara di 160 km che si svolge sulle montagne della Sierra Nevada, in California. Esordisce nella narrativa nel 2004, vincendo il premio Chatwin per la letteratura di viaggio, cui fanno seguito le vittorie nei premi letterari “Il Tarlo” e “Il libro Misterioso” (2005), oltre che nel Premio Serravalle (2006). Nel 2007 vince il premio "Graphie", concorso nazionale di Narrativa per autori "under 35". "Il ragazzo che cavalcava il vento" è il suo primo romanzo.


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