Meglio correre scalzi oppure con le scarpette?

Da «A piedi nudi è meglio» a «Dimenticatevi la corsa scalzi». Le alterne fortune delle scarpe minimaliste, quelle con una mini-suola che simulano l’andatura dei nostri antenati, dimostrano che il dibattito non smette di appassionare amanti della corsa e sportivi di professione. E non solo. Adesso anche gli scienziati. 

 

Molte delle promesse dell’«ammortizzazione artificiale» non sono state mantenute, nonostante le variazioni nel design delle calzature da corsa. E così cresce la fortuna delle teorie che esaltano i benefici dell’andatura a piedi nudi, come quelle del bestseller «Born to run» di Cristopher McDougall, convinto che reimparare a correre senza scarpe aiuti a prevenire molti infortuni. Ma ad alimentare la «vexata questio» sono anche gli specialisti di biomeccanica, come i ricercatori dello «Skeletal Biology Lab» di Harvard: sono loro ad aver confermato come l’uso delle scarpe modifichi il tipo di appoggio del piede. «La corsa moderna, calzata, rende circa la metà degli atleti “rearfoot strikers”, quelli che, tecnicamente, atterrano con il calcagno. È chiaro, comunque, che il sistema di ammortizzazione evita i picchi di forza che a ogni impatto si trasmetterebbero al sistema scheletrico», spiega uno dei massimi esperti italiani di locomozione, Alberto Minetti, ordinario di Fisiologia all’Università di Milano. 

 

Correre scalzi, invece, sposta l’appoggio sull’avampiede o sul metatarso. Su quali siano i vantaggi in termini di prestazioni e sicurezza di questo «ritorno alle origini», tuttavia, non c’è ancora un consenso. Quanto ai benefici per la postura e la locomozione, il problema diventa ancora più complesso. «Dal punto di vista biomeccanico, la corsa è più complicata della semplice interazione piede-terreno: coinvolge diverse strutture anatomiche dotate di elasticità e anche “attuatori” come i muscoli estensori, che devono funzionare di concerto». 

 

È certo, comunque, che il piede rigido e l’arcata definita servono all’uomo contemporaneo che si sposta in posizione eretta ad esercitare una certa spinta propulsiva e ad ammortizzare lo «shock» della camminata bipede. Anche se - hanno osservato i paleoantropologi di Boston - il piede flessibile, quello che permetteva ai primati di arrampicarsi sugli alberi, non è così raro: sarebbe presente nel 7% dell’umanità di oggi. 

 

Da decine di migliaia di anni, d’altra parte, corriamo sempre meno. «Si è sbilanciata la locomozione, da dinamica a più “statica”», aggiunge Minetti. Se poi la locomozione ancestrale - veloce e di resistenza - avveniva su terreni eterogenei, «l’urbanizzazione ha costretto uomini e animali a utilizzare calzature e zoccoli». 

Ma non ci sono solo gli aspetti protettivi. Le calzature sono nate anche da esigenze pratiche, come la possibilità di camminare sopraelevati rispetto al fango, e a queste si sono poi aggiunti risvolti etologico-culturali. Non a caso indossiamo scarpette prima ancora di iniziare a camminare. E anche chi non passa ore correndo ricorderà qualche estate trascorsa a piedi nudi, quando si sviluppava una «suola biologica». Ora, per scoprire gli altri effetti delle calzature sulla morfologia e sulla funzione del piede rigido, un team di antropologi belgi ha studiato le differenze tra i piedi «calzati» occidentali e quelli degli indiani abituati a stare scalzi. I loro hanno una pianta più larga e con la pressione più uniformemente distribuita sulla superficie a contatto con il terreno. 

 

Emerge, quindi, che l’uso delle scarpe, anche se praticato per un periodo breve rispetto alla storia evolutiva, ha lasciato un’«impronta». Le calzature che non rispettano la forma e la funzione del piede ne alterano sia la morfologia sia il comportamento biomeccanico. «La loro invenzione ha richiesto tempo perché si trovasse un design dall’ergonomia consolidata - conferma Minetti -. È un tempo comunque di una scala piuttosto breve e ci vorrà molto prima di vedere gli effetti». 

 

La capacità di adattamento delle nostre estremità, infatti, è elevata: bastano poche settimane di corsa per determinare un aumento della rigidità dell’arco plantare. E, d’altra parte, osservando i piedi umani - come si è fatto all’Università di Liverpool - certi stili di pressione plantare sono sovrapponibili a quelli dei primati: noi e le scimmie mostriamo una variabilità individuale enorme, tanto da minare il concetto di «norma» e «patologia». Insomma, non solo i piedi non si sono ancora evoluti a tal punto da non poter più fare a meno delle costrizioni delle calzature, ma la loro adattabilità è tale che possiamo reimparare a correre scalzi. Quello che ancora non sappiamo, però, è se la metamorfosi porti a un miglioramento assoluto delle prestazioni e se ci sia un prezzo in termini di salute. Conclusione (momentanea): molto dipende dal tipo di piede che si ha. 



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